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Divari digitali nella rivoluzione tecnologica: sviluppi e contraddizioni

di Francesco Perrone

Abstract

Il testo fornisce un’analisi della comunicazione elettronica e del fenomeno del “divario digitale” nella società contemporanea. In particolare ci si sofferma sul fatto che il divario digitale si esprime “a macchia di leopardo”, con differenze che si combinano in modo complesso a livello geografico, sociale, tecnico e anagrafico. Alla luce di ciò, espressioni come “analfabetismo digitale” appaiono inappropriate, poiché chiunque può essere “esperto” in alcune aree digitali e “analfabeta” in altre. La comunicazione digitale non comprende solo le attività di produzione e diffusione di contenuti attraverso tecnologie elettroniche, essa è anche e soprattutto uno dei principali business a livello globale, con pochi soggetti che concentrano potere e denaro, con tutto ciò che ne consegue in termini di implicazioni economiche e politiche. Il passaggio alla postmodernità ha comportato un’evoluzione verso una comunicazione “iconico-digitale”, caratterizzata da messaggi brevi e stereotipati, con prevalenza di immagini sulle parole. Ciò è sicuramente in relazione con la riduzione dei consumi culturali e con la crisi della funzione formativa di famiglie e scuole. In particolare sono evidenziati gli effetti negativi dell’uso eccessivo del digitale, come l’isolamento sociale, i problemi di salute mentale e i comportamenti compulsivi. La digitalizzazione continuerà ad espandersi in tutti gli ambiti, pubblici e privati, collettivi ed individuali. Così come la competenza digitale, che rimarrà “a macchia di leopardo” e manterrà la propria vocazione produttivistica, con un focus sul profitto economico e politico piuttosto che sul bene sociale. Ciò non di meno non si può demonizzare la tecnologia in sé, poiché il giudizio dipende dall’uso che se ne fa. Piuttosto, la sua evoluzione va accompagnata con iniziative prosociali di acculturazione digitale che, tra l’altro, sarebbero un’ottima occasione di scambio intergenerazionale da cui tutti, giovani e anziani, trarrebbero vantaggio.

Premessa: per una critica ai luoghi comuni

Dire qualcosa di sensato, oggi, sull’innovazione [1] tecnologica, sulla comunicazione elettronica e sul loro sviluppo impetuoso equivale a pretendere di fare previsioni meteorologiche nel pieno di una tempesta insolitamente persistente. E questo non perché si sia agli inizi della rivoluzione digitale (che dura da almeno trenta anni) ma perché la sua evoluzione è sempre più veloce e vorticosa tanto che, come si vedrà più avanti, intere generazioni fanno fatica a starle dietro, dando luogo a variegate forme di un fenomeno che, con qualche approssimazione concettuale, è comunemente definito “divario digitale”.

L’espressione “digital divide” nacque in seno all’amministrazione Clinton per indicare la disparità nelle possibilità di accesso ai servizi telematici tra la popolazione americana. In questo senso, il divario digitale sembra riferirsi a disparità delle possibilità d’uso di tipo “lineare”: in senso orizzontale (cioè con riferimento alla distanza geografica) e in senso verticale (cioè con riferimento alla distanza sociale). In realtà, oggi il divario digitale non è lineare ma “a macchia di leopardo”: sul piano geografico (in ragione della ineguale diffusione infrastrutturale e delle variabilissime competenze digitali dei residenti in un dato territorio); sul piano sociale; sul piano tecnico; sul piano anagrafico; e così via. Pertanto tali differenze si combinano non più o non già in maniera “lineare” ma “a macchia di leopardo” e questo rende arduo semplificare con slogan politici o formule giornalistiche [2] una realtà molto complessa, caratterizzata da difformità e tratti distintivi variamente distribuiti nella contemporaneità.

In conseguenza di quanto sopra segnalato, espressioni spregiative come “analfabetismo digitale” non hanno senso, dal momento che chiunque di noi potrebbe rivelarsi “analfabeta” in una specifica branca o applicazione digitale ma “esperto” in un’altra. Questo vale per la terza e quarta età, per le generazioni intermedie e per giovani o giovanissimi; per le organizzazioni pubbliche e private, grandi e piccole; per utenti più e meno esperti e, persino, per i professionisti di un settore, quello info-telematico, i cui livelli di specializzazione ormai impediscono a chiunque di pervenire ad una totale preparazione su tutto ciò che attenga all’universo digitale. Infatti l’ampiezza dell’offerta digitale e il suo velocissimo sviluppo impongono scelte selettive di ciò che interessa, obbligando a tralasciare il resto. Il risultato più vistoso del fenomeno consiste in una conoscenza e in un uso discontinuo della tecnologia digitale, con competenze adeguate in qualcosa e scarse o pressoché nulle in qualcos’altro.

Nelle organizzazioni pubbliche e private la situazione che si presenta non è molto diversa da quella che si registra nella popolazione generale: spesso le competenze digitali del singolo impiegato sono circoscritte alle attività di routine, anche a causa dei cosiddetti “limiti di abilitazione”, al di fuori dei quali non di rado l’operatore non ne sa quasi nulla. Per giunta, quella stessa persona, in questo taylor-fordismo applicato ai servizi aziendali, se operante nelle attività di relazione con il pubblico, si trova spesso nella sgradevole situazione di non poter dare riscontri validi al cittadino-utente, con conseguente forte danno funzionale e sociale.

Proveremo pertanto qui, seppur sinteticamente, a sfatare alcune credenze scorrette sulla questione e, quindi, a ridefinirne alcuni termini, cominciando proprio dalla nozione di comunicazione digitale.

Cosa è oggi la comunicazione digitale?

La questione relativa a cosa sia oggi la comunicazione digitale si offre a molte risposte possibili. Per giunta, se si intendesse pervenire ad una sua definizione scientificamente completa, si dovrebbe contare su articolazioni che, per profondità d’analisi ed estensione argomentativa, non sono consentite in questa sede.

Pertanto, al di là di sottigliezze terminologiche e concettuali, possiamo qui riepilogare l’articolata nozione di comunicazione digitale come l’insieme di tutte le attività di produzione e diffusione di contenuti (testi, immagini, video, audio) attraverso tecnologie elettroniche come PC, tablet, smartphone, apparecchi radiotelevisivi di ultima generazione, internet e reti mobili. Come è noto, i canali e gli strumenti utilizzati più conosciuti sono rappresentati da: applicazioni di messaggistica, per comunicare in tempo reale tra due o più soggetti; siti web e blog, per pubblicare articoli, guide e contenuti informativi; social media, per interagire con il pubblico e creare una o più “community”; e, con particolare riferimento alle attività di tipo aziendale, email marketing per inviare newsletter promozionali o informative; pubblicità online, per raggiungere un target specifico con banner e annunci. Con qualche approssimazione, possiamo quindi sostenere che questo tipo di comunicazione sia l’insieme delle tante attività di trasmissione e ricezione di contenuti trasmessi su canali elettronici (o digitali) e non su canali naturali (o analogici).

Tornando alla domanda che funge da titolo al paragrafo, intanto non andrebbe dimenticato che le tecnologie digitali costituiscono oggi il più importante business su scala globale. Basti considerare che nell’anno 2023, secondo Forbes, cinque tra le dieci persone più ricche al mondo (di cui sette statunitensi) [3] hanno come business prevalente le tecnologie digitali. Alla luce di ciò è evidente come, su scala mondiale, pochissimi soggetti concentrino nelle proprie mani tanto denaro e, soprattutto, tanto potere, con tutto quanto ne consegue in termini di implicazioni economiche e politiche. Si tratta innegabilmente di una circostanza non priva di significato se si vuole definire compiutamente e concretamente il fenomeno. Ciò premesso, la tecnologia digitale è, senza dubbio, uno dei tratti distintivi della postmodernità.

Modernità e postmodernità

La differenza concettuale esistente tra la nozione di modernità e quella di postmodernità consiste nel fatto che la prima è definibile quale cultura sociale basata sull’evidenza empirica e scientifica. Riflesso di tale cultura è dato da una società via via sempre più flessibile, dalla forza dell’innovazione e del diritto positivo (cioè fondato sulla razionalità). Si pensa che la logica sia la strada migliore per la comprensione del reale e che l’aspirazione alle libertà sia giusta e fruttuosa. In tale clima socio-culturale si ripone enorme fiducia nella scienza e nella tecnica, con un atteggiamento generalmente di ottimismo sui destini dell’uomo e della società. La postmodernità è costituita da una cultura sociale che si caratterizza per un fortissimo relativismo ontologico ed esistenziale. Ne deriva il possibile rifiuto di quasi ogni tipo di autorità, compresa quella scientifica. La flessibilità sociale che ha contraddistinto la modernità è adesso totalmente superata da un forte rallentamento della mobilità sociale (verticale) e da una concezione socioculturale definibile come liquida (Bauman, 2007). Tale contesto storico è tendenzialmente contrassegnato da dinamiche e processi sociali rapidi ma poco profondi; da insistite pulsioni di tipo narcisistico; da stili di consumo vistoso (Veblen, 2017); [4] dalla tendenza all’oblio del passato, all’interesse esclusivo per il presente, all’indifferenza verso il futuro; da una pesante incapacità previsionale che grava sia sull’attitudine dei singoli individui a programmare i propri destini di vita, sia sulla competenza di tecnici e governanti a delineare scenari futuri plausibili e sostenibili; dal declino di molti punti di riferimento tradizionali; dal conseguente aumento del tasso d’incertezza; da un atteggiamento di tendenziale incomprensione o indifferenza nei confronti del prossimo (atteggiamento che, non di rado, si spinge fin verso espressioni di diffidenza se non di ostilità). Per quanto attiene al rapporto intrattenuto dalle persone con la scienza, la cultura della postmodernità ha generato in molti l’abitudine ad un uso superficiale e irrazionale della comunicazione digitale che della scienza, paradossalmente, è il risultato tecnico più potente e recente.

Dal punto di vista della comunicazione strettamente intesa, il passaggio dalla modernità alla postmodernità corrisponde anche ad una evoluzione della comunicazione da “tipografica”, basata sul messaggio scritto (Benvenuti, 2018), a quella “iconico-digitale”, fondata su immagini ferme o in movimento e scritti brevi e stereotipati. Il passaggio attuale è critico perché la vecchia fase è tutt’altro che prossima ad esaurirsi e la nuova fa fatica ad imporsi. Con specifico riferimento alla scrittura, nel corso di questa fase transitoria, convivono diverse modalità di comunicazione, classificabili per caratteristiche distintive. La comunicazione tipografica possiede prevalentemente (e storicamente) le seguenti caratteristiche peculiari: i messaggi scritti supportano ogni dimensione e qualsiasi finalità, dal messaggio breve al componimento poetico, dalla lettera al romanzo, dallo scritto informativo al manuale tecnico, dallo scritto d’intrattenimento alla trattazione scientifica. Tale tipo di comunicazione si rivela adatta in modo particolare (ma non esclusivo) alla descrizione, alla narrazione e alla trattazione; le immagini sono, pressoché sempre, a complemento del messaggio scritto; risulta incredibilmente flessibile, perché efficace sia nell’indicazione di oggetti concreti sia nell’espressione di concetti astratti (come nella trattazione teorica o nel componimento letterario). Viceversa, le peculiarità della comunicazione iconico-digitale sono per lo più le seguenti: i messaggi che la caratterizzano sono brevi e stereotipati; gli scritti verbali sono spessissimo a complemento delle immagini (all’inverso di quanto avvenga nella comunicazione tipografica); risulta particolarmente adatta a certe espressioni emotive e alle rappresentazioni situazionali; è efficacissima nell’indicazione di oggetti concreti e carente nell’espressione di concetti astratti e sentimenti complessi, tanto da dover ricorrere a significazione indiretta e/o metaforica, con l’ausilio di immagini e simboli grafici convenzionali. [5]

Le modalità distintive evidenziate nelle liste precedenti, nella fluidità tipica dei momenti storici transitori, si combinano e si ibridano, nel contesto di un trend in cui la comunicazione iconico-digitale tende ad incrementare la propria presa sulla società mentre, contestualmente, quella tipografica perde via via terreno. Tra le conseguenze di tali processi (soprattutto riferite al fenomeno dell’uso precoce di strumenti digitali da parte di bambini) si possono annoverare le crescenti difficoltà incontrate dai giovanissimi nella produzione scritta e nella lettura, difficoltà di cui l’aumento dei casi diagnosticati di DSA e altri disturbi sono solo un parziale ancorché preoccupante aspetto. E, sebbene le dimensioni di questo incremento siano forse più attribuibili a una maggiore consapevolezza e diagnosi dei DSA che a un aumento reale del numero di alunni con questi disturbi, va anche e comunque segnalata la conferma empirica delle difficoltà di scrittura, lettura e calcolo quotidianamente riscontrate nelle scuole, nelle famiglie e, più avanti, nel lavoro. [6]

Modelli sociali (e psico-sociali) di riferimento: modificazioni genetiche della società italiana e linee di tendenza

La società postmoderna in Italia (ma non solo in Italia) evidenzia, tra le altre, le seguenti modificazioni: la società intesa come collettività, sede di interazioni tendenzialmente solidali, si modifica nel senso di una comunità percepita come mercato, sede di scambi e consumi; in conseguenza di ciò, si assiste alla trasformazione del cittadino-lavoratore in cittadino-consumatore e al declino dei corpi intermedi di rappresentanza politico-sociale. Ulteriori risvolti di tale trasformazione complessiva sono rappresentati dalla disintermediazione comunicativa (teoricamente ognuno di noi può rivolgersi ad un pubblico senza intermediazione, adoperando uno o più canali digitali) e, da ultimo, dall’ipervalutazione valoriale della gioventù nonché di alcuni suoi simboli paradigmatici come il dinamismo, la velocità, la spregiudicatezza e persino, talvolta, la violenza. Un contraltare di questa fenomenologia è costituito dalla contestuale svalutazione della terza età operata dalla cultura postmoderna, spesso indifferente o insofferente nei confronti di chi, a torto o ragione, è percepito come fardello improduttivo e ingombrante. Va da sé che, sul piano individuale, si assiste dunque ad una ricomposizione delle relazioni intersoggettive, nel senso di un’atomizzazione dei rapporti tra persone, con rischi, anche gravi, di solitudine e disorientamento.

L’esame delle linee di tendenza su larga scala sembra predire, per il prossimo futuro, un costante rafforzamento dell’abitudine attuale, da parte dell’utente medio, a gestire tecnologia di largo consumo. Verosimilmente, ci si concentrerà sempre più su servizi accessori digitalizzati di uso quotidiano (rubrica dei contatti personali; calendario e agenda; cronografo – sveglia – timer e altre applicazioni digitali di vario tipo), su messaggistica, posta elettronica, social media e su canali di informazione (sia tradizionali sia estranei al circuito mediale classico). Continuerà ad espandersi la fruizione di prodotti di intrattenimento audio-video e si diffonderà, con ritmi persino maggiori, l’uso di video autoprodotti o addirittura, mediante il ricorso all’Intelligenza Artificiale, ricostruiti interamente su testi scritti e spezzoni di altri video. Peraltro, con riferimento a questo e ad altri impieghi “di massa” (non professionali) dell’Intelligenza Artificiale, si tratta di fenomeni che, sebbene posti in embrione già diversi anni fa, sono ora in fase di poderoso sviluppo, cosa che non permette, al momento, di delineare in modo univoco chiare linee di tendenza, su cui basare previsioni attendibili. L’insieme dei trend sopra considerati continuerà ad avere un risvolto di ridotti consumi culturali tradizionali (scienza; tecnica; arte), sebbene non sia escluso il permanere di un certo interesse verso programmi radio-televisivi e web di divulgazione tecnica e scientifica. Tale circostanza si rivelerà tuttavia insufficiente a compensare la persistente crisi della funzione formativa di famiglie e scuola, crisi a sua volta collegata al calo costante delle conoscenze culturali e delle competenze matematico-scientifiche dei giovani italiani.

Per quanto attiene agli usi professionali delle tecnologie digitali, è ragionevole prevedere un incremento delle attività in cloud computing, con una correlativa progressiva trasformazione degli apparati fisici in terminali di rete. Anche il potenziamento dei data base a tutti i livelli di uso e l’affinamento di vari strumenti come fogli elettronici, diapositive, programmi grafici, software di progettazione ed altro migrerà via via su cloud e procederà di pari passo con lo sviluppo delle soluzioni offerte dalla blockchain, con il potenziamento degli apparati di difesa informatica nonché con lo sviluppo dei sistemi di Intelligenza Artificiale, destinata ad integrarsi sempre più con motori di ricerca, siti web, attività didattico-formative, piattaforme sanitarie, professionali e aziendali, impianti di robotica e di automazione. È inoltre ragionevole prevedere ulteriori forti impulsi che le tecnologie digitali continueranno a dare al mondo della finanza, soprattutto sul fronte delle transazioni in denaro, della monetica, degli investimenti, dello sviluppo delle monete digitali e/o virtuali e dei metodi automatizzati per l’istruttoria delle pratiche di finanziamento. Naturalmente molti cambiamenti del genere investiranno anche l’utenza retail, estranea alle realtà professionali ed organizzative in genere (si considerino, ad esempio, l’uso dei servizi digitali al pubblico di terziario avanzato e, più semplicemente, le applicazioni digitali alla domotica o il funzionamento automatizzato di elettrodomestici e utility casalinghe).

Sul piano culturale generale, si manifesteranno trasformazioni di atteggiamenti e di mentalità che matureranno parallelamente ai mutamenti di natura tecnica. Ad esempio, si proporranno, con sempre maggior enfasi, esigenze di sicurezza infotelematica, relative sia alla difesa dei dati contro attacchi hacker sia alla protezione della riservatezza (privacy) degli utenti. È evidente che ciò accentuerà il clima culturale di “pace armata” già oggi riscontrabile nel difficile equilibrio planetario tra attacker e defender attivi nel web. Alla crescente offerta di assistenza sanitaria digitale e all’evoluzione delle tecnologie diagnostiche e chirurgiche si accompagnerà un aumento di soluzioni e piattaforme di telemedicina, di monitoraggio remoto dei pazienti e di gestione dei dati sanitari. Ciò comporterà, da parte degli utenti ma anche degli operatori, un forte mutamento nella percezione dei servizi medici, tradizionalmente interpretati come quanto di più fisico ci possa essere. È anche chiaro che la vorticosa crescita del machine learning e dell’Intelligenza Artificiale impone ad operatori ed utenti nonché, su scala più ampia, ad establishment e cittadini, una sfida complessiva i cui esiti, per ora piuttosto indeterminati, cominceranno tuttavia a vedersi nel prossimo futuro.

In questo quadro, la digitalizzazione continuerà dunque ad espandersi, investendo sempre più le diverse attività umane, dalla domotica alla robotica, dai servizi pubblici al commercio, dall’istruzione all’intrattenimento, dalla sicurezza alla mobilità pubblica e privata, dal terziario avanzato a banking e finanza, ecc. Inoltre, anche se la competenza digitale continuerà mantenere una diffusione “a macchia di leopardo”, sia sul piano anagrafico sia sul piano sociale, è possibile prevedere la persistenza dei noti stereotipi di senso comune su giovani molto avanti e anziani molto indietro nella padronanza degli strumenti elettronici. Così come, soprattutto nei social network, è dato attendersi la durevole viralità di disvalori quali l’individualismo esasperato, il narcisismo, il conseguente culto della bellezza corporea, l’esaltazione del denaro, l’esibizione del potere, il pregiudizio verso chi è percepito come diverso, il cinismo verso il più fragile e la sopravvalutazione di emblemi del presente, come la velocità, [7] la spettacolarizzazione degli eventi, l’aggressività, talora spinta fin verso sentimenti di odio vero e proprio.

È tutta colpa della tecnologia? Certamente no. Limitarsi a demonizzare la tecnologia non sarebbe razionale poiché equivarrebbe a concentrarsi sul bisturi senza considerare se ad usarlo sia un chirurgo o un serial killer. Qualsiasi strumento tecnico non è né buono né cattivo: tutto dipende dall’uso che se ne fa. E la comunicazione digitale non sfugge alla regola: ogni nuova tecnologia si rende disponibile a molteplici possibili usi, la cui normazione spetta alle varie istituzioni che legiferano e vigilano sul macrosistema in cui una data tecnologia opera. Purtroppo, gli esempi storici di cui disponiamo non preludono tuttavia a previsioni ottimistiche sull’argomento: dalle rivoluzioni industriali di sette-ottocento, al taylor-fordismo del secolo scorso, alle tecnologie più moderne, abbiamo assistito pressoché sempre ad una declinazione produttivistica delle innovazioni, totalmente orientata al profitto ed insensibile alle istanze sociali. Ancora di recente, in occasione della trascorsa pandemia Covid, la formidabile accelerazione di ricerca, sperimentazione e produzione vaccinale ha generato, oltre ai noti e meritori effetti medici, un gigantesco surplus di profitto a vantaggio dei colossi farmaceutici, che ha pesato sui conti dei sistemi sanitari pubblici di mezzo mondo. [8] E, riportandoci all’innovazione più specificamente digitale della comunicazione, le ottimistiche previsioni di esperti e analisti di fine anni ’90 del Novecento, che vaticinavano una liberazione in senso democratico e ugualitario dell’universo della comunicazione ad opera di Internet, ebbene tali previsioni si sono rivelate sostanzialmente sbagliate, dal momento che da allora, in un paio di decenni, quel mondo si è spaccato (almeno) in due: da una parte si sono messi in evidenza imprenditori vecchi e nuovi che si sono arricchiti impadronendosi del web, trasformato in un immenso bazar; dall’altra, centinaia di milioni di individui hanno messo in mostra, chi più chi meno, tendenze individuali tipiche della postmodernità riassumibili nella spinta a “rendere pubblico il proprio privato” (anche nelle sue espressioni più inconfessabili e scabrose), fenomeno che manifesta preoccupanti criticità. [9] Tutto ciò, naturalmente, non deve impedire di considerare ed apprezzare l’impatto positivo che, nonostante tutto, l’innovazione digitale ha prodotto in tanti campi. Il punto è che, semplicemente, una cosa non esclude l’altra.

Modelli sociali (e psico-sociali) di riferimento: alcuni effetti disfunzionali sulle persone

Finora l’uso personale della tecnologia digitale ha favorito la dimensione individuale, mettendo in secondo piano la condivisione sociale. Ciò ha dato luogo a fenomeni totalmente o parzialmente inediti, come quelli relativi alla produzione e diffusione di audio-video self made sugli argomenti più diversi: produzione finalizzata alla conquista pura e semplice di un gratificante numero di like, unitamente all’eventuale speranza di guadagni economici di vario tipo. Questo proliferare di speech, performance e tutorial potrebbe dare l’impressione di un’attività di tipo sociale, seppure sui generis. Ma si tratterebbe di un’impressione erronea, dal momento che qui il rapporto esistente tra l’autore e il suo pubblico [10] è del tutto strumentale (rispetto allo scopo) e spersonalizzato (con riguardo alla modalità prevalentemente broadcast di tali micro-produzioni). In casi del genere è corretto parlare di fenomeni “collettivi” ma non “sociali”, dato che alla loro dimensione certamente plurale non si accompagnano atteggiamenti e comportamenti di reale condivisione e partecipazione, ingredienti indispensabili ad una corretta definizione di “sociale”.

Sul piano della fruizione, sono noti i fenomeni riferiti ai problemi emotivi di utenti auto-sottoposti a dieta digitale eccessiva; o quelli relativi ad un generalizzato indebolimento della socialità e della motivazione a interagire collettivamente in modo tradizionale, cioè in forma diretta e non mediata dallo strumento elettronico. Sono inoltre confermati la pericolosità prodotta dall’isolamento fisico sull’umore di chi trascorra ore davanti al computer o allo smartphone, specialmente nelle fasce d’età scolare fin verso la tarda adolescenza [11] (Ammaniti, 2018; Haidt, 2024), nonché l’aumento di sindromi ossessivo-compulsive e di fenomeni di credulità, in special modo con riferimento a teorie complottiste e fake news di vario tipo (Pennycook, G., Cannon, T. D., & Rand, D. G. 2018). Il crescente tasso di compulsività (pubblicazione irriflessiva di tweet e post; shopping compulsivo; diffamazioni e calunnie; porn revenge; incitazioni alla violenza; aggressioni; ecc.) sembra inoltre essere correlato alla suggestione, imitativa o emulativa, generata dai videogiochi o da post veicolati sui social media: tutto ciò, diffuso e moltiplicato in forma “virale”, amplifica l’eventuale danno sociale [12]. Basti ricordare che il 45% della popolazione europea soffre di almeno un disturbo mentale nel corso della vita (OMS, 2022) e che circa un adulto su cinque soffre negli Stati Uniti di una malattia mentale ogni anno (National Institute of Mental Health – NIMH). In particolare, disadattamento psicologico, disprezzo di sé, disturbi della condotta, abuso di sostanze, disturbi affettivi e altri disturbi psichiatrici invalidanti emergono in circa il 20% della popolazione adolescente [13].

Passato, presente e futuro digitale nelle organizzazioni pubbliche e private: caratteristiche e criticità

Nel dibattito intorno alle teorie aziendali si è da tempo affermato lo schema, conosciuto come “Modello Ortodosso di Controllo” (Neimark, Tinker, 1986) [14] che interpreta la prestazione organizzativa (performance) quale risultante di forze ambientali (environment) e forze gestionali (control system). Questo modello, qui menzionato perché semplice e intuitivo, sostanzialmente segnala che il risultato di una qualsiasi organizzazione (non importa se orientata al profitto o ad uno scopo sociale, non importa se di proprietà pubblica o privata) è frutto della combinazione di due ordini di fattori: 1) l’ambiente, cioè lo scenario (sociale o “di mercato”), composto da elementi esterni e non modificabili dall’organizzazione; 2) il sistema di controllo, cioè l’organizzazione stessa, composta da fattori modificabili dall’interno e adattabili all’ambiente esterno. In questa ottica, l’efficienza organizzativa è quindi data dalla capacità, posseduta dall’organizzazione, di modulare i propri fattori interni in modo da proteggersi da congiunture negative (la cui natura non è controllabile dall’interno) o anche in modo da sfruttare eventuali frangenti favorevoli, adattandovisi efficacemente.

Sotto il profilo tecnologico, il rapporto esistente tra l’organizzazione e l’ambiente esterno si è articolato nel tempo in un’ottica di circolarità e reciprocità: in alcune fasi storiche, il mondo della scienza e della tecnica, le decisioni politiche, le congiunture economiche, sociali e sanitarie hanno fatto da rampa di lancio ad innovazioni tecniche che hanno poi trovato positiva applicazione in ambiti aziendali; in altri momenti, le innovazioni tecniche organizzative hanno contaminato l’ambiente esterno, ristrutturando i rapporti sociali, ridisegnando il paesaggio rurale e cittadino, incoraggiando, incentivando e stimolando un clima generale di studi, ricerche e sperimentazioni. Insomma, i due ambiti – esterno ed interno – si sono inseguiti l’un l’altro, spesso (anche se non sempre) mettendo in moto un circolo virtuoso di cui hanno beneficiato entrambi. Oggi tale dinamica si è estinta. Il sistema interno non riesce più a rincorrere i mutamenti tecnici esterni, non riesce a tenerne il passo. Questo perché l’evoluzione tecnologica generale corre molto più velocemente della capacità aziendali di adattarvisi! In realtà, tale scarto tra velocità differenti si registra anche nel rapporto esistente tra l’innovazione tecnologica e la collettività dei cittadini ma questi ultimi, nella grande maggioranza, si mostrano più legati ad un consumo digitale di massa più superficiale e meno sensibile alle continue innovazioni (ovviamente con l’eccezione di una minoranza di leading consumer, viceversa propensi all’uso di prodotti di avanguardia). Le criticità ravvisabili in un quadro così complesso sono note e vanno dalle piccole promesse non ancora realmente mantenute (come quella, ormai vecchia di circa quarant’anni, per cui la tecnologia digitale avrebbe abolito o radicalmente diminuito il consumo di carta) alle grandi sfide relative alla protezione dei dati sensibili, alla tutela della riservatezza, al rafforzamento della sicurezza contro la possibilità di abusi o frodi. Con una tecnologia in perenne sviluppo, tali sfide non sono mai vinte in via definitiva e vanno accettate e vissute costantemente.

In una prospettiva più strettamente aziendale, al netto della sospensione di giudizio relativa alle eventuali incognite indotte dal futuro impiego dell’Intelligenza Artificiale, permangono diversi problemi che si ripercuotono sull’efficienza procedurale. Ne è un esempio l’estrema rigidità di algoritmi e di “sistemi esperti” [15], ciechi sulla circostanza particolare in quanto del tutto automatizzati e non modificabili dall’intervento di un operatore (nemmeno nel caso di eccezione procedurale o errore evidente). Altro esempio, peraltro fortemente collegato al precedente, è costituito dal cosiddetto taylorismo dei servizi, che tra l’altro prevede l’applicazione pervasiva di protocolli standard, dinanzi ai quali l’operatore, quando le situazioni escano dalla routine, si scopre disarmato. Un ulteriore esempio di criticità, riscontrabile soprattutto nei sistemi aziendali di Customer Relationship Management (CRM), risiede nella tendenza a scaricare sull’utente l’onere economico, temporale e nervoso della gestione delle operazioni che lo riguardano, senza che, il più delle volte, egli abbia le conoscenze necessarie a svolgere determinati compiti, con forte aggravio di tempi e costi a suo carico.

Il punto di vista della terza età: previsioni e suggerimenti

Secondo le più importanti istituzioni mondiali, l’Italia è stabilmente tra i dieci paesi con la popolazione più longeva, con un’aspettativa di vita superiore agli 84 anni. E se si escludono micro-stati come Monaco, Hong Kong, Macao, Liechtenstein e Singapore, l’Italia si colloca in questa classifica tra i primi cinque grandi paesi. [16] Tuttavia il contraltare demografico di questa situazione è costituito dal fatto che, da noi, gli ultrasessantacinquenni rappresentino più del 24% della popolazione totale. Tanto per fare un raffronto, si consideri che la stessa fascia di popolazione complessivamente ammontava nel 2022, in Europa, al 21% [17] e, negli U.S.A. al 17,4%. [18] In altre parole, la nostra popolazione vive più a lungo ma invecchia sempre di più e più che altrove. Tutto questo suggerisce, a conclusione del presente lavoro, di riepilogare quanto riportato nelle righe precedenti, considerandolo dal punto di vista della quota di popolazione che rappresenta un italiano su quattro.

Si è visto come l’ampiezza dell’offerta digitale e il suo velocissimo sviluppo impongano a vari soggetti individuali e collettivi di operare una scelta selettiva di ciò che, a torto o a ragione, sia ritenuto utile e interessante. Con l’inevitabile conseguenza di una conoscenza parziale e di un uso discontinuo degli strumenti elettronici, con competenze più che adeguate in qualcosa e insufficienti o nulle in qualcos’altro. Abbiamo quindi constatato come la diffusione e l’uso di media e altri strumenti digitali si manifesti “a macchia di leopardo”. Tale circostanza vale sia per le organizzazioni, per motivi legati alla divisione dei compiti lavorativi, sia per le persone, senza differenze significative di tipo sociale, culturale o anagrafico, se non nel merito di necessità e preferenze individuali che non smentiscono la natura discontinua del fenomeno e anzi, semmai, la confermano.

Nello specifico della terza e quarta età, la questione si propone certamente nei termini di una propria peculiarità che però non va confusa, in nessun modo, con la nozione spregiativa e soprattutto non veritiera di un presunto strutturale analfabetismo digitale tipico dell’anziano. Con l’avanzare dell’età, alcune eventuali difficoltà derivano, casomai, da problematiche generali, ascrivibili non tanto ad una deficitaria competenza digitale del singolo, quanto alla fisiologica evoluzione delle sue dotazioni fisiche e cognitive. Nella percezione sensoriale di contenuti digitali audiovisivi, nell’uso di tastiere fisiche e digitali oggettivamente controindicate sotto il profilo ergonomico, nella ritenzione mnemonica [19] e in altro ancora, indubbiamente l’anziano può incontrare vari ostacoli, così come accade in altre sue attività quotidiane. Ed è da questa sottolineatura che prendono corpo le brevi note conclusive che seguono.

A sostegno della migliore diffusione della cultura digitale presso terza e quarta età (e oltre), si dovrebbe immaginare un mix di iniziative prosociali, prendendo anzitutto spunto dall’approccio culturale proposto da varie aziende che, ormai su scala internazionale, hanno varato i cosiddetti “Age Diversity Centre”: centri di aggregazione finalizzati alla promozione della cooperazione e dell’interscambio tra le diverse generazioni presenti in uno stesso contesto. [20] L’elemento qualificante dell’idea di fondo consiste in una logica basata non sull’assistenza pura e semplice dell’un soggetto (il giovane) all’altro (l’anziano), bensì su un’idea fondata su scambio e reciprocità tra generazioni diverse, nel cui corso ciascuno dà e riceve in ragione di quanto è in grado di dare e di ciò che è desideroso di ricevere. Nel nostro caso, per fare un solo esempio, lo scambio potrebbe avvenire tra chi fosse capace di integrare la conoscenza digitale altrui in cambio di un recupero di memoria storica (anche mediante la raccolta e la conservazione di vecchi materiali scritti ed audiovideo da digitalizzare), realizzando una cooperazione intergenerazionale di tipo sostanzialmente simmetrico, cioè paritetico.

Più in generale si potrebbe pensare a Centri Assistenza Digitale (CAD), [21] utili ad orientare, assistere e supportare l’utente anziano (e meno anziano) nella corretta conduzione delle proprie attività digitali e, in particolare, nei non facili rapporti relativi alle pratiche da disbrigarsi “in remoto” con la Pubblica Amministrazione. Alcuni enti locali e soggetti privati sono già impegnati in questa direzione, tuttavia la strada da percorrere è ancora molta e, soprattutto, sarebbe utile una specifica e più complessiva strutturazione programmatica in tal senso.

 

Bibliografia

Ammaniti, M. (2018). Adolescenti senza tempo. Milano: Raffaello Cortina Editore.

Bauman, Z. (2007). Modernità liquida. Bari: Gino Laterza & Figli.

Benvenuti, L. (2018). Lezioni di socioterapia. Milano: StreetLib.

Haidt, J. (2024). The Anxious Generation: How the Great Rewiring of Childhood Is Causing an Epidemic of Mental Illness. London: Penguin Books Limited.

Neimark, M. Tinker, T. (1986). The social construction of management control systems, Accounting, Organizations and Society, Volume 11, Issues 4–5. Amsterdam: Elsevier.

Pennycook, G., Cannon, T. D., & Rand, D. G. (2018). Prior exposure increases perceived accuracy of fake news. Journal of experimental psychology. General, 147(12), 1865–1880. https://doi.org/10.1037/xge0000465.

Perrone, F. (2024). Bimbi moderni e postmoderni in TV. Francavilla al Mare (CH): Edizioni Psiconline.

Perrone, F. (2018). Alcune questioni aperte di teoria e prassi economica. Roma: Tempo Finanziario, 3-4/18.

Perrone, F. (2016). Innovazione: luci ed ombre di un dibattito attuale in Pellegrini, F. Tiberi, A. Economia e innovazione. Milano: FrancoAngeli.

Sadock, B. J., Sadock, V. A., Ruiz, P. (2015). Kaplan & Sadock’s Synopsis of Psychiatry: Behavioral Sciences/clinical Psychiatry. Philadelphia: Lippincott Williams & Wilkins.

Veblen, T. (2017). La teoria della classe agiata. Torino: Einaudi.

 

Note

[1] Per innovazione si deve intendere soltanto ciò che si impone, in un dato mercato o contesto non mercantile, come nuovo paradigma, in grado di distinguerne (differenziarne) nettamente il promotore rispetto ad altri attori o concorrenti. Diversamente, si ha a che fare con concetti come novità, sviluppo, restyling, ecc. che semplicemente implicano la realizzazione di versioni successive del prodotto-servizio nel senso di un suo aggiornamento, adeguamento, miglioramento, potenziamento, perfezionamento o abbellimento, ma senza che ciò comporti un reale e radicale “cambio di paradigma” (Perrone, 2016). Non è detto che una particolare innovazione riscuota automaticamente successo. È anzi ragionevole immaginare che, nella maggior parte dei casi, per i motivi più diversi, le innovazioni non incontrino il favore del pubblico di riferimento. A tale proposito può essere citato un caso risalente a metà degli anni ’80 del XX secolo: “Eva”, un rivoluzionario servizio di home banking che la Banca Nazionale del Lavoro, il maggiore istituto di credito nell’Italia di allora, offrì alla propria clientela retail: un servizio espressione di reale innovazione tecnologica che però non ebbe successo (Perrone, 2018). In caso di affermazione, è tuttavia molto probabile che una data innovazione si proponga come nuovo standard di riferimento, nuovo (sebbene non unico) modello cui uniformarsi o adattarsi.

[2] Semplificazioni purtroppo sempre più frequenti anche in ambienti tecnici, scientifici ed accademici.

[3] https://forbes.it/classifiche-forbes/forbes-lists/le-100-persone-piu-ricche-al-mondo-del-2023/ (consultazione del 25 aprile 2024).

[4] La moderna nozione di consumismo è di matrice sociologica e risale a Thorstein Veblen, che l’ha concettualizza nel 1899, pubblicando la Teoria della classe agiata (peraltro il 1899 è lo stesso anno di pubblicazione di un altro monumento della cultura contemporanea, fondativo della psicanalisi: L’interpretazione dei sogni di Freud). Veblen propone una lettura attualissima del consumo di massa, il quale si basa sullo spostamento dell’obiettivo ultimo perseguito dal cliente finale, allorquando non acquista più (solo) allo scopo di consumare ma anche (e soprattutto) al fine di ostentare la propria capacità di spesa, la propria forza reddituale e, con esse, la propria supremazia sociale (Perrone, 2024).

[5] Come gli “emoticon” o gli “emoji”.

[6] Si veda, sui DSA, le statistiche riportate dall’Associazione Italiana Dislessia. In particolare: www.aiditalia.org/news/studenti-con-dsa-in-italia-i-dati-mi-per-gli-aass-20192020-20202021.

[7] Sulla base del paradigma della velocità come valore in sé, si propone l’idea degli anziani «da rottamare» perché incapaci di assecondare i ritmi della contemporaneità (imposti anche) dalle tecnologie digitali.

[8] Peraltro senza che gli stati riuscissero a recuperare per via fiscale almeno una parte delle immense risorse precedentemente impiegate.

[9] Si può affermare che, tra gli anni ’60 – ’70 del Novecento e quelli recenti, si sia registrato un vero e proprio  ribaltamento nel rapporto intercorrente tra la sfera pubblica e quella privata: dall’iniziale tendenza ad interiorizzare grandi tematiche e sfide sociali si è passati all’attuale tendenza, diametralmente opposta, a rendere pubbliche dinamiche proprie della sfera privata, ostentando in particolare le più superficiali e conflittuali (Perrone, 2012).

[10] Con tutte le dovute eccezioni, che però non fanno testo in un fenomeno che conta centinaia di milioni di attori.

[11] “È ormai chiaro come l’esposizione prolungata a programmi televisivi e/o a videogiochi violenti abbia sul fanciullo e sull’adolescente effetti talmente deleteri da condizionarne pesantemente la futura vita da adulto” (Perrone 2024).

[12] In psicologia cognitiva, si parla di “effetto ironico” quando la reazione di una persona a un dato stimolo si rivela opposta alle attese. Un uso sbagliato di social media, strumenti di messaggistica e mezzi di comunicazione in audiovideo potrebbe dar luogo all’effetto ironico (ma tutt’altro che spiritoso) di ottenere risultati contrari all’obiettivo di socialità implicito nella denominazione di “media sociali”. In altri termini, un uso eccessivo o distorto dei mezzi di comunicazione interpersonale, se sistematicamente svolto in alternativa alla comunicazione diretta, rischia nel tempo di inibire le altre modalità di comunicazione, con l’effetto di danneggiare la funzionalità dell’interazione tra persone.

[13] Studi longitudinali confermano il contributo della violenza nei media, compresi i videogiochi, nei bambini delle scuole medie con l’espressione di aggressività in quegli adolescenti. Una revisione della letteratura sugli effetti dei videogiochi violenti su bambini e adolescenti ha rivelato che il gioco violento dei videogiochi è correlato ad eccitazione fisiologica e comportamenti aggressivi (Sadock, Sadock, Ruiz, 2015).

[14] In realtà gli autori esaminano l’eredità teorica dell’economia classica allo scopo di offrire un approccio alternativo, che affronta le molte carenze riscontrate nella letteratura preesistente, valorizzando le origini e le conseguenze sociali dei sistemi di controllo aziendale.

[15] Il “sistema esperto” è un programma informatico che usa conoscenze e deduzioni per risolvere problemi complessi i quali, per la loro soluzione, richiedono un’esperienza umana talmente larga da rendere teoricamente impossibile che ci sia un operatore umano in grado di possederla in misura sufficiente. È tuttavia possibile che, in un futuro prossimo, tali rigidità possano ridursi grazie all’Intelligenza Artificiale generativa.

[16] https://worldpopulationreview.com/country-rankings/life-expectancy-by-country (consultazione dell’8 maggio 2024).

[17] https://ec.europa.eu/eurostat/web/interactive-publications/demography-2023#ageing-population  (consultazione del 9 maggio 2024).

[18] https://data.census.gov/table/ACSST1Y2022.S0101?q=age (consultazione del 9 maggio 2024).

[19] Un utile strumento per aiutare l’utente nella conservazione in sicurezza di login, PIN e password è rappresentato da specifiche applicazioni scaricabili gratuitamente su smartphone.

[20] Contesto che, traslato dall’ambito aziendale a quello sociale, può benissimo trasformarsi in territoriale.

[21] Sulla scorta dell’esempio offerto dai Centri Assistenza Fiscale (CAF), ormai ampiamente diffusi sul territorio nazionale.

 

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